Il caso che si prende in esame, arrivato avanti il Tribunale di Milano che, poi, ne ha emesso relativa sentenza nel mese di aprile 2020, riguarda quello di una immagine che era stata stampata su di un capo di abbigliamento da parte di una società che lo aveva inserito nella propria collezione donna Autunno/ Inverno 2014/2015.

Nell’immagine era raffigurato un lupo ululante nel corso di una nevicata. Tale immagine coincideva, però, con uno scatto fotografico realizzato da un fotografo che, quindi, ne rivendicava la relativa proprietà.

Le immagini (quella utilizzata a fini commerciali e quella rivendicata dal suo autore) erano, sostanzialmente, identiche: posizione del cranio del lupo,(avente medesima inclinazione); le fauci del canide con la stessa spunta del canino (uguale per posizione e dimensione); la perfetta sovrapponibiltà dell’occhio e, addirittura, le stesse cromature- macchie e pieghe- del pelo del lupo.

Chi rivendicava la paternità dell’immagine lamentava, perciò, verso la società utilizzatrice anche l’assenza di un consenso al relativo utilizzo.

In buona sostanza, l’attore lamentava la violazione dell’art. 2, n.7 della legge d’Autore perché l’immagine a dire di quest’ultimo godeva della privativa autoriale. Di converso, la società chiamata in giudizio sosteneva che la stessa dovesse qualificarsi come “fotografia semplice” ed aggiungeva come eccezione quella di una presunta legittimità di utilizzo della stessa avendola reperita sul motore di ricerca di Google.

Il Tribunale di Milano, dopo aver effettuato un ampio excursus sulla differenza tra “opera protetta” e “semplice fotografia” nonché sul concetto di “capacità creativa” dell’autore (che viene a caratterizzarsi tra le altre per la scelta artistica dell’autore, il soggetto da rappresentare, il suo momento esecutivo di realizzazione quali luci, colore etc.) accertava che l’utilizzo dell’immagine scattata dall’autore e posta sul capo di abbigliamento, in assenza di alcuna autorizzazione da parte di quest’ultimo (che aveva allegato idonea documentazione volta a provare la titolarità dei diritti di sfruttamento economico all’immagine ovvero il certificato di protezione autorale), costituiva aperta violazione delle privative autorali, cui conseguiva il diritto del fotografo ad ottenere il risarcimento del danno.

A nulla valeva l’eccezione sollevata dalla convenuta in ordine al reperimento dell’immagine su Google posto che, in calce alla ricerca veniva esposto, da parte dello stesso motore di ricerca, uno specifico avviso che le immagini raffigurate avrebbero potuto essere oggetto di copyright.

La mera disponibilità sul web di una fotografia non costituisce perciò presunzione di assenza di privative autorali con la conseguenza che l’utilizzo di una fotografia senza richiedere liberatoria all’autore senza sincerarsi che l’immagine sia libera di riproduzione, costituisce ipotesi di contraffazione.

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